La sera dopo il grande temporale cessata la pioggia
Le nuvole vogliono abbattersi svuotate nei nostri sguardi sorpresi
Gli ultimi bagliori del sole riflessi nelle pozze
Rischiarano di mobile luce liquida un soffitto.
Le auto sospirano scivolando veloci sull'acqua
E' un mantice intermittente che asciuga la strada.
Gli uccelli si affollano e strepitano sui rami degli alberi
I fiori delle acacie sono caduti e restano appiccicati alla terra
Così l'aria si riempie di una fragranza nauseabonda
Pervasa dalle note del miele
L'umidità calda e soffocante sale dall'asfalto
Come un'anima triste bisognosa d'affetto.
L'odore del fiume è indescrivibile
Torbido di sabbia luccicante
Mentre trasporta altrove le alghe morte
Sei chiusa in casa da anni ed io sono fuori fradicio
L'inutile ombrello chiuso stilla gocce dalla punta.
Sto morendo
Ecco come si muore
Un mucchio di corpicini morbidi
Piccole cavie ammassate in un angolo buio della tana
Dove la terra è più umida e calda
L’aria rarefatta e condensata
Nubi lattiginose colano sul pavimento
In pozze schiumose.
La pioggia battente da giorni
Insiste sui tronchi marcescenti
Il tumido cuscino di muschio
Rorido notte e giorno
Ha da tempo cessato di indicare il nord.
Un grigio cielo trionfa sobrio
Immenso nelle proporzioni e nel portamento.
Solo la cupola dorata
E la sua croce irta come un unico violento aculeo
Splende in un lampo silente.
Il deserto avanza impercettibilmente
Una manciata di caldi granelli di sabbia alla volta
Levigano il tuo corpo, la pallida cute avvolgono
In pregiati sudari screziati dal vento.
Un giorno setacciando quel che fu il nostro giardino
Scoprirò che sei svanita prendendo il sole
Dissolta in un miraggio.
Fata Morgana posa la tua mano sulla spalla
Di questo avanzo d’uomo, un viso rigato da pianti convulsi
Scosso dai singulti scostare con la tempia la cortina
Celato ancora da un vetro appannato di polvere.
Camminerò lungo i chilometri di canali ormai secchi
Che ad angoli retti arano la scacchiera cittadina.
Torri, re e regine impietriti nel gelido rigore di un pallido sole
I cui sguardi trincerati dietro occhiaie profonde
Non potranno notare il mio passaggio.
Fra i detriti, simili a gusci di antiche testuggini arenate
Carcasse di navi e scafi ossidati divorati dal tempo
Casa di scheletrici cani randagi che ruzzano alle volte
E giocano fra loro o litigano per una barretta di carne liofilizzata
Sollevando grandi nuvole di polvere
Una spettrale muta smarritasi nella nebbia.
I piedi fasciati di logore garze, andrò a caccia della Luce
Chino sul bastone nodoso che sostiene parte di me
Porterò un’armatura di lattine sferraglianti nell’immoto
La compagnia del suono che fu dei vivi
La solitudine di un cuore sepolto nel sarcofago anti-radiazioni.
Dovessi così incontrare la Luce dopo tanto tempo certo la spaventerei.
Ma no, io giungerò vestito di sola cenere e silenzioso
Appiattito nell’ombra come un insetto
Il volto dipinto in una maschera infernale.
Camaleonte sbranerò la crisalide
Firmando la fine.
Ormai è tardi per vedere il sole sorgere
Per coglier rose blu dai buchi nella sabbia
E raccontare storie stanche ai tuoi bambini
C’è tempo solo per lasciarsi naufragare.
Quei quattro legni secchi avvolti nella nebbia
I mille granchi in danza intorno all’ospedale
Un istante prima di crollare contagiato
Ai muri bianchi già si specchia il nostro mare.
E via, come le foglie nell’abisso dell’autunno
Fra la spuma di cascate tropicali
Si succede al fragore concitato di marea
Un silenzio
I muschi verdi e freddi e morbidi
I funghi viscidi annidati nel cuore
Nel nucleo profondo e oscuro di un albero morente
Le acque torbide di agosto
Le acque cristalline di settembre.
Il nero catrame notturno, esile scorza di lava rappresa
Le rughe, dune accennate di un minuscolo deserto avvolto nelle tenebre
Dipanato in ogni stanza colma di silenzio sino all’orlo
La schiena materna, il cielo protettore d’ogni sonno sommerso
Lucido soffitto sensuale e rorido di stelle lattiginose
Arco di un ponte infinito lambito dai fuochi d’accampamenti senza numero
Ventre ambrato di immensa falena congiunta al cielo da un’ancora
Sorretta da pilastri di cristallo più esili che spilli
Tende rosse acquattate sotto il vento chiazzato di calde voci
Una mandria di bestie sudate, affiorare di vene pulsanti
Corde ondeggianti nel vapore, nel fumo dei tè, nell’odore di cuoio
La neve dei pollini in volo.
Il cielo d’improvviso si fa bruno sul mio ultimo espirare
L’acero arde in roventi esalazioni volteggiando rapito
Nella danza seducente di faville sbuffa rubicondo fra le gonne.
I fiori sono fuochi dalla terra
Vortici fulgenti di aria profumata.
Demoniaco corro incontro al muro ancora saldo
E mi abbatto madido di un pallore vibrante
Tutto imploso senza aria con le ossa intrecciate.
La città dentro svela i suoi crepacci desolati
Le rovine a picco sul burrone, sui pozzi e le cave in fiamme nel tramonto
Frana la sabbia con costanza come un velo da ogni arco.
Come brucia il mio giardino e grida.
Gancio dopo gancio inchiodo la mia ascesa oltre le nubi
Scalfendo una parete verticale
Inanello contusioni e assaporo il gusto agro della corda
Come tu inali la nebbia del mattino.
Mille e mille giorni inceneriti nell’ozio
Mille e mille once ancora di incenso bruciato
E mai nulla sarà pari a tale immane fatica
L’annichilimento totale della vita.
La sublime visione dalla sommità dell’isola
Questo mare niveo eppur magmatico
Un caos primordiale di serpi di seta meravigliosamente lucenti sotto il sole.
I pesci qualche volta nei loro folli impulsi
Sollevano torbido fumo in fondo ai laghi.
La lotta perpetua è un’infinita spiaggia bianca lambita dai flutti opachi
E il cielo vi galleggia sopra come olio sull’acqua
Rapito e divertito nell’imprevisto magnetismo.
Un ampio damasco copriva il tavolo e la sedia
Venature cangianti riluceano come magma nella notte
I fiori secchi senza più alcuna parvenza di colore
Odorosi di legna abbandonata sulla spiaggia
Per molti giorni al sole.
Dalla pace di falene sospese in un cono di luce
Alla vita che tracima all'improvviso un dormiveglia in riva al mare
Cui la malia della spiaggia ti incatena.
Rivestono la marina colta allo sprovvisto
Ombre e fotogrammi colorati
Un vociare soffice di liscio velluto
Stavo in una nicchia millenaria
E ora guardo un ambulante e i suoi panini.
Le lettere dimenticate
I feticci intimi e le escursioni maledette dalla superstizione.
Nel calderone dei condotti fognari
I nani pallidi da sempre incatenati
Passano in rassegna i visti e carte verdi dei ricordi.
Ma il registro ingiallisce sempre più
E nelle candide ali delle cicogne
Che spazzano l’afa sorniona
Ho trovato la mia dimensione.
Il volo perpetuo
Eguaglierà nel tempo i vocalizzi virtuosi dell’usignolo.